,

COME SI ADDORMENTA UN FELINO IN ESTATE

COME SI ADDORMENTA UN FELINO IN ESTATE

Considerando il panorama – il ponte della ferrovia, gli autobus giallastri pazientemente allineati nel traffico – tutto aveva sentore di partenza e di distacco. Il traffico, abbastanza sostenuto a metà mattina, costringeva ad alzare il tono della voce e soprattutto a tenere lo sguardo attento alla strada, alle borse rigonfie dei passanti. Il passo che rallenta. Cerca un varco. Lo trova, entra.
Il binario era insolitamente poco affollato per essere il due agosto. Addirittura una panchina era completamente vuota; l'ideale per sedersi e riposare, pensò, e puntò deciso per occuparla. Solo dopo qualche istante si accorse del gatto. Il manto fulvo e striato si amalgamava perfettamente alla vernice gialla delle assi di legno, e solo i suoi pigri occhi nocciola e le strie bianche delle vibrisse permettevano di distinguerlo; l'occhio riconosceva a fatica il contorno (dove finisce il gatto, dove comincia il legno) e dopo qualche secondo iniziava a distaccare le zampe, pennellate di bianco e rosa, la coda esile, la schiena ossuta. Non era un gatto pingue, come certi esemplari d'appartamento imbolsiti dal pigro tenore di vita dei padroni; non era nemmeno scheletrico, ma portava addosso i segni di una vita randagia, i muscoli tesi e scattanti, una certa magrezza, il pelo opaco. Se ne stava tranquillo rannicchiato a pancia in giù, osservando i rari passanti, inerte allo sferragliare dei convogli e alla voce che annunciava gli arrivi e le partenze; sembrava interessato soltanto alle esistenze che incrociavano la sua. Probabilmente questa è una prerogativa dei gatti e di poche persone sagge: saper osservare l'esistenza al di là del tempo e del luogo, come fenomeno in sé.
Decise di sedersi accanto al gatto, ponendo la massima attenzione a non sfiorarlo con i lembi della giacca per non disturbare il suo riposo. Precauzione inutile, dal momento che il gatto avrebbe ignorato un eventuale contatto, rifiutandosi di cedere anche un millimetro del suo spazio vitale all’intruso; ma lui aveva poca dimestichezza con i felini, e agì con esagerata premura. Si sentì a disagio (come ben sa ogni persona abituata a vivere con un gatto, tale movimento a scatti non è affatto indice di nervosismo, ma piuttosto di tranquillo controllo della situazione; il gatto sta dicendo “sono a mio agio, so che sei qui ma non me ne importa assolutamente nulla, e il fatto che tu resti o te ne vada non cambierà di una vibrissa la mia visione del mondo”). Gli venne voglia di accarezzarlo; semplicemente una lieve carezza dalla testa alla coda lungo l'asse della schiena, un segno di gentilezza. Indugiò, poi si lasciò andare. Accarezzare un gatto è rischioso come guardare se stessi allo specchio: il felino si irrigidisce appena, poi decide di accettare il gesto (probabilmente per diplomazia), si inarca e si distende per ricevere il tocco (gentile e lento, mai troppo intenso) e procede a distendersi e irrigidirsi seguendo il corso della mano, sollevando la coda per segnalare all'ingenuo umano che la schiena è finita, il gatto è terminato, è ora di fermarsi o si finisce in zone poco raccomandabili.
Improvvisamente gli occhi del gatto e i suoi guardavano nella stessa direzione. Nel solco di cemento bordato da pietrisco fuligginoso si percepiva il luccicare metallico delle rotaie. Il grigio dell'acciaio brunito in qualche modo riprendeva il colore del cielo, opaco e screziato da qualche nube rigonfia più scura. Qual è la differenza tra prendere un treno e morire? In entrambi i casi c'è un distacco e in qualche modo una preparazione. Il bagaglio di chi si prepara a morire è un fatto tutto mentale, pensieri, ricordi e decisioni da prendere in via definitiva (se si vuole lasciare una traccia a chi resta, un viatico di istruzioni o disposizioni); di tanto in tanto aveva fatto questo esercizio intellettuale, concepire la propria prossima morte e ordinare i pensieri di conseguenza.
Quando l'aggraziata voce femminile dell'altoparlante annunciò l'arrivo di un treno proprio sul binario che stavano osservando, il gatto ebbe un lieve sussulto e drizzò le orecchie. Si girò verso di lui, e guardandolo con distacco dischiuse appena le fauci emettendo un basso miagolio. Lui incrociò gli occhi del gatto e sorrise. Il gatto accompagnò il miagolio con un rapido movimento della zampa, come un'esortazione: il treno stava per arrivare, era ora di partire. Poi il felino chiuse lentamente gli occhi in un gesto d'affetto. Lui strinse la mano sinistra attorno all’impugnatura della voluminosa borsa che portava con sé, si alzò con studiata lentezza, ripetendo un gesto provato e riprovato mille volte, con movimenti calcolati al millimetro, senza sprecare energie e senza tradire la minima emozione. Una piccola folla andava assiepandosi davanti alla panchina, in corrispondenza con uno dei punti di accesso al treno; girò gli occhi lentamente, cercando un punto del binario meno affollato. Quando ne trovò uno, a circa dieci metri dalla sua panchina, si avviò deciso, senza voltarsi; entrò felpato nella sala d’aspetto, poi si perse nella folla.
Il gatto si impadronì immediatamente della sua porzione di panchina distendendosi con finta mancanza di ritegno, e si addormentò.